Articles Labelled with “Spare time”

First release of OCaml binding of Lua library

I'm happy to announce the first release of ocaml-lua, the OCaml binding of the Lua library. With ocaml-lua you can embed a Lua interpreter in an OCaml program in a few lines of code, and use Lua for configuration or customization purposes.

Here are some references:

  • The homepage of the project is hosted on OCaml Forge;
  • The complete library reference (ocamldoc generated) is here;
  • Source tarballs are on the download page on OCaml Forge;
  • The official GIT repository is here;
  • Bug reports and feature requests are on my page on GitHub.

I hope it could be useful.

Source repository of this blog

Following my previous post, some people asked me to show the source code of this blog, so here it is:
http://github.com/pdonadeo/personal_blog.

A general warning: the project wasn't thought to be published and so the code is a pile of scripts kept together in some way. Many parameters are present in the SQLite DB, but if you want to use the blog, expect to find my name, surname or email in the HTML templates, or even in some .ml files.

Moreover, the source code is not homogeneous and the style changes from module to module, because I changed my way (and skill) of programming in OCaml in time.

In any case, I hope you will find it interesting.

Avatar

Locandina del film Avatar

Alla fine sono andato a vederlo. Dare un giudizio sul film è difficile, perché gli aspetti tecnici e tecnologici sono talmente “importanti” da lasciare poco spazio per il resto.

Read more…

PyCon3

Ho avuto davvero una settimana intensa, motivo per cui scrivo solo ora delle mie impressioni sul PyCon3, conclusosi lo scorso fine settimana.

Anzitutto, perché andare ad una manifestazione su Python, dal momento che il mio linguaggio di programmazione preferito è l’Objective Caml? Le risposte sono molteplici.

Anzitutto Python, tra i linguaggi a tipizzazione dinamica, è quello più pulito ed ortogonale che ci sia in circolazione. Ha molte caratteristiche che lo avvicinano alla programmazione funzionale, il che è solo un pregio per me, ed in barba a quel che afferma Guido van Rossum, papà di Python. Non sono l’unico comunque a pensare che il successo di Python sia dovuto soprattutto a questi fattori. In un celeberrimo post del 2002 Paul Graham spiegava proprio con la continua aggiunta di caratteristiche funzionali al linguaggio il suo successo.

Quindi il linguaggio merita certamente molta attenzione e nessuno programmatore professionista dovrebbe farsi scappare la possibilità di impararlo, se già non lo conosce.

Un altro ottimo motivo per partecipare al PyCon è certamente l’eccellente livello degli ospiti invitati. Su tutti quest’anno svetta certamente lo stesso van Rossum, creatore del linguaggio, che ha tenuto due talk estremamente interessanti, sulla genesi e lo sviluppo della versione 3.0 di Python e sugli ultimi sviluppi di Google App Engine. Estremamente interessante il talk di Alex Martelli intitolato “Lo Zen e l’Arte della Manutenzione delle Astrazioni” in cui ha parlato come secondo lui un’astrazione deve essere concepita e quali obiettivi si debba porre per essere manutenibile nel lungo periodo. Martelli ha anche spiegato un pattern molto efficace, la Dependency Injection. Questo pattern mi piace moltissimo e l’unica nota un po’ critica (anzi ironica, direi) che vorrei fare è che… assomiglia moltissimo all’uso quotidiano che si fa in OCaml dei funtori, anzi, sono proprio i funtori implementati in Python. Sempre con buona pace per Guido van Rossum :-)

Altri interventi di relatori meno “big” sono stati comunque molto interessanti: certamente la qualità dei talk è complessivamente da alta a molto alta.

Un altro buon motivo per partecipare al PyCon è la comunità di smanettoni e professionisti che gravita attorno a Python. Il solito Paul Graham scriveva nel 2004 del Python paradox (traduzione italiana qui) vale a dire: se programmi in Python sei uno smanettone, visto che nell’industria non si usa(va); se sei uno smanettone ci sono buone possibilità che ti piaccia programmare e sappia farlo bene; ergo, se devo cercare un buon programmatore, meglio cercarlo tra coloro che conoscono Python piuttosto che tra coloro che mettono Java in curriculum. Non fa una piega. E se Graham fosse venuto al PyCon3, invece di stare a casa a poltrire, avrebbe avuto un’altra conferma del suo paradosso. Tanta gente simpatica e competente, possibilità di parlare con tutti delle proprie esperienze di programmatore, ma anche di fesserie collegate al mondo dell’informatica in generale, tipo: “ma tu c’hai un Mini Dell? Come va Linux su ’sto coso?”. Cose così insomma.

L’elogio dell’organizzazione è doveroso, ma non ci voglio spendere molte parole. Il PyCon3, come il PyCon2 l’anno scorso, è organizzato in maniera perfetta sotto ogni punto di vista. Punto e basta.

Una riflessione finale: nel momento in cui i “big” dell’informatica, come Google, promuovono Python a spintoni (Guido van Rossum è pagato da Google per passare metà del suo tempo su Python) e lo adottano come principale piattaforma di sviluppo, possiamo dire finito il “paradosso Python”? Cominceremo a vedere programmatori mediocri mettere in curriculum Python perché va di moda come nel 2004 andava di moda Java? Probabilmente non siamo arrivati a questo punto, ma poco ci manca. Spero che la comunità Python si conservi vivace come ora, ma ho ottime speranze: quella Java non è stata mai così vivace neanche nei suoi momenti migliori (quali, poi?).

Ah, dimenticavo: vince il premio di domanda più assurda del PyCon3 quella di una persona che ha chiesto a Guido van Rossum se Google ha intenzione di esporre il proprio API di Google App Engine anche per altri linguaggi, oltre a Python e Java, tipo, per esempio… Ruby o PHP! Risate a scena aperta dalla platea (devo dire, me compreso). Guido attende la traduzione in cuffia e, quando arriva, strabuzza gli occhi, capisce il motivo della risata generale ma, compostissimo, risponde che per ora no, non se ne parla ed il futuro è molto imprevedibile. Un vero gentleman!

All’anno prossimo, speriamo sempre a Firenze, tremo all’idea che possano spostare il PyCon a Cinisello Balsamo!

I see angels...

Hera: the first mother

È finita! Battlestar Galactica, secondo me la più bella serie televisiva di fantascienza mai prodotta, la trasmesso il suo ultimo episodio qualche giorno fa. La conclusione della serie, di cui non scrivo nel dettaglio per non rovinare il finale a chi non avesse ancora visto gli ultimi episodi, mette la parola fine a tutti (o quasi) gli interrogativi che via via si erano andati formando. La chiusura riguarda la bellissima bambina di cui vedete la foto qui affianco che, come si era già capito, riveste un ruolo fondamentale e per questo motivo è stata oggetto di molte contese durante le passate stagioni della serie.

Quel che mi è piaciuto di più in Battlestar Galactica è stato un tuffo nei temi della fantascienza classica, quella che fa letteratura e non semplicemente romanzetto d’appendice: una forte caratterizzazione psicologica dei personaggi protagonisti delle vicende narrate, come nella saga di Dune (il capolavoro di Herbert, non i vari film), dalla quale trae anche il tema religioso, che non è un’appendice ma parte integrante dell’universo umano… e non solo umano, a quanto pare!

Un altro aspetto, che mi ricorda invece Asimov, è la narrazione di ampio respiro, che abbraccia millenni ed è attenta non ai singoli individui (l’espediente dei cloni in primis ne è indizio), ma alle società, come pure l’assoluto disinteresse per dettagli tecnologici che sono invece la struttura portante, ad esempio, delle serie di Star Trek e che, dopo il primo momento di novità, diventano irrimediabilmente noiosi.

Mi ha colpito il fatto che, sentiti un paio di amici sulle loro impressioni, abbia ricevuto invece giudizi freddini: si vede che, avanzando l’età, sono più sensibile a finali “romantici” come quello di BSG. Non m’interessa, ogni tanto sono contento se le cose vanno a finire bene. Badate però, non vuol dire che a BSG abbiano appiccicato un lieto fine dozzinale, anzi!

Che dire? Aspetto gli attori (tutti bravissimi) su altri set e specialmente Tricia Helfer, più brava che bella (e ce ne vuole!), in qualche film d’autore.

Infine, per capire il titolo del post, I see angels… mi spiace, ma dovete vedere la fine della serie.

La somma dei giorni

Copertina del libro "La somma dei giorni"

Oggi è decisamente giornata di scrittura: tre post in un blog solitamente molto silenzioso.

Ho appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Isabel Allende, La somma dei giorni, che è in realtà un’autobiografia o, per essere più precisi, la cronaca di quel che è accaduto negli ultimi vent’anni non solo a lei, ma a tutta la sua famiglia. È una famiglia molto numerosa, con figli acquisiti da precedenti matrimoni, nipoti, amanti e, al centro della tribù, la “castellana” Isabel.

Con i precedenti capolavori questo libro condivide la scrittura cristallina della Allende, divertente ed ironica, mai pesante anche nei momenti più drammatici, che fa emergere con naturalezza i sentimenti forti che albergano nel suo cuore e, apprendiamo, nel cuore di chi le sta accanto.

Il romanzo ha la forma narrativa della lettera, scritta alla figlia Paula, morta di porfiria nel 1992, che sempre l’accompagna nella sua vita e la guida nei momenti difficili. Uno spirito, presente e reale come quelli del suo primo romanzo, La casa degli Spiriti, e che ha dato l’impronta ad un po’ tutta la sua produzione letteraria.

Perché leggere l’autobiografia di Isabel Allende? Molto semplice, perché è divertente, ricca di episodi curiosi e romanzati ad arte in modo tale da mantenersi perfettamente verosimili senza diventare mai noiosi o scontati.

Inoltre, per chi ha qualche problema in famiglia, la lettura di “La somma dei giorni” rappresenta anche un’esperienza catartica. Non vi potrà mai capitare (spero!) che vostro figlio si sposi con una splendida ragazza, che abbia tre bellissimi bambini, e che poi sua moglie si innamori di… un’altra donna e decida di divorziare, con i bambini affidati una settimana al padre e l’altra alle due madri!

A tutti coloro che amano provare emozioni dalla lettura di un libro consiglio dunque quest’ultimo, come pure tutti glia altri, di Isabel Allende che scrive un tomo all’anno e non delude davvero mai le aspettative. Cosa ci stai preparando in questo momento?

Lunga vita, Isabel!

Vals Im Bashir

Locandina del film Vals Im Bashir

Questa sera ho visto il film Vals Im Bashir, bellissimo film d’animazione che tratta il difficile tema della guerra tra Israele e Libano nel 1982.

Il film, a tratti molto crudo, è un percorso della memoria personale del protagonista, diciottenne al tempo dei fatti narrati, che non ricorda nulla della guerra e ripercorre a ritroso le vicessitudini che lo hanno visto coinvolto. Ed è un viaggio della memoria collettiva, che riporta indietro l’orologio della storia alla seconda guerra mondiale, quando nei campi di sterminio nazisti l’umanità si è macchiata di delitti atroci, di cui continua a macchiarsi.

Vi consiglio di vederlo: è un film toccante e ben realizzato.

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