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Wordpress 2.5 e nuova grafica

Paolo | 30/03/2008 | 23:42

Oggi ho deciso di fare l’upgrade del mio blog, essendo uscita la versione 2.5 di Wordpress. Già da un po’ di tempo mi ero riproposto di cambiare l’impostazione grafica, i colori e l’immagine di header del sito, così ho approfittato dell’occasione per aggiornare anche il design, anche perché quello vecchio non era più supportato ed è incompatibile con la nuova versione di Wordpress.

Ho fatto anche pulizia di tutti i vecchi plugin che avevo installato ma non usavo, o perché parzialmente incompatibili con gli ultimi rilasci di Wordpress, o perché semplicemente inutili :-)

Beh, vi piace la nuova grafica?

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Il destino nel nome

Paolo | 28/01/2008 | 23:50

Locandina di “The namesake”

Vivo a Vigevano, una città di quasi 60.000 abitanti in cui circolano più SUV che utilitarie, ed in cui non c’è una sala cinematografica degna di questo nome. Mi spiego meglio: a Vigevano non c’è un cinema, perché sono tutti chiusi. Su sessantamila abitanti sembra che a nessuno interessi il cinema, non solo quello impegnato, ma neppure le commedie di pessimo gusto che ci propinano a Natale, immancabili come un terremoto in Bangladesh, che colpisce con una furia cieca i più poveri.

In questa desolazione, che ha visto tutte le sale cinematografiche chiudere i battenti negli ultimi quindici anni, brilla l’impegno dell’associazione “La Barriera”, che a fatica propone ogni anno — in una vecchia sala cinematografica parrocchiale — un programma di spettacoli di tutto rispetto a prezzi estremamente convenienti. Certo, le poltrone non sono comode come quelle dei multisala cui siamo soliti, ma dove potrei vedere altrimenti un film come “Il destino nel nome”?

“Il destino nel nome” (originale: “The namesake“) è un film semplice, che racconta la storia di due giovani sposi Indiani emigrati negli anni ‘70 negli Stati Uniti. La vita riserverà loro molte avversità, non ultime quelle relative all’adattamento ad un clima ed una società, quella di New York, completamente diversa da quella nella quale erano vissuti fino ad allora.

È anche la storia dei lori figli, nati e cresciuti nella Grade Mela, che hanno ereditato una parte dei valori culturali dei genitori, ma sono più integrati nella realtà statunitense, e si sentono spaesati quando, per un lutto, la famiglia è costretta a tornare in India.

Ed è in particolare la storia del figlio primogenito, “Gogol”, un nome buffo datogli in onore dello scrittore russo Nikolai Gogol, di cui il padre è grande appassionato. Questo nome, portato da sempre con una certa insofferenza dal ragazzo, è la cifra del suo rapporto di giovane americano con la cultura da cui proviene ed in cui, si scoprirà alla fine, affonda le proprie radici, molto più profondamente di quanto egli stesso non creda.

Non voglio darvi altri particolari sulla trama, che è peraltro molto lineare: se siete curiosi potete trovare decine di recensioni in rete, in Italiano ed Inglese, non sarà certo io a rovinarvi la sorpresa.

Il film è davvero bello e merita di essere visto per due ordini di motivi. Tecnicamente è ben girato, la regista Mira Nair ha colto magistralmente con la macchina da presa le diverse emozioni dei protagonisti. La fotografia è splendida, e non solo negli esterni girati in India, ma anche e soprattutto nei ritratti, nei primi piani e nelle “istantanee” di vita metropolitana. Gli attori sono perfettamente calati nel proprio ruolo, specialmente Tabu (splendida!), che interpreta la protagonista Ashima Ganguli, Irfan Khan, suo marito, e Kal Penn che interpreta Gogol. Meno convincente, ma davvero bellissima, Zuleikha Robinson, che interpreta Moushumi Mazoomdar, moglie di Gogol.

Al di là degli aspetti tecnici quello che colpisce sono le emozioni che il film suscita. La famiglia attraversa momenti di gioia e di estrema amarezza, di malinconia, di rabbia, di passione e di intimità, nel corso di una storia che si dipana per quasi venticinque anni. Alla fine rimane la sensazione di aver assistito ad una storia che probabilmente è molto più comune di quanto non si possa credere.

La scena che più ricordo: quando i due sposi vengono presentati l’uno all’altra, i genitori di lui precisano che “fa il dottorato di ricerca a New York in fibre ottiche”, mentre quelli di lei sottolineano che loro figlia conosce la poesia inglese e le fanno recitare “I Wandered Lonely as a Cloud” di William Wordsworth, che lei declama in uno stentato Inglese che fa sorridere. Quello che mi ha colpito è stata la semplicità con cui due famiglie povere mostrano con orgoglio ciò che hanno di più prezioso: la cultura dei propri figli.

Altro che SUV…

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La ballata del programmatore

Paolo | 23/01/2008 | 0:34

Mortificazione del programmatore

Solo chi fa il programmatore riesce a capire che diavolo di lavoro sia. Io, dopo diversi anni, ancora mi stupisco della difficoltà assurda di certe situazioni, che mi rendono molto più simile ad un burocrate che ad un ingegnere.

Ad ogni modo Enrico Colombini (sulla rete Erix da sempre) ha scritto molti anni fa “La ballata del programmatore”, canzone che riassume mirabilmente la disgrazia di questa professione, con la giusta dose di ironia e divertimento. Potete leggere il testo sulla pagina di Erix, mentre la musica dovrebbe essere quella di “Il pescatore” di Fabrizio De André. Per molto tempo ho canticchiato la ballata nella mente, ma da poco Marco di Francesco ha scritto un arrangiamento davvero ben fatto e Domenico Agostino ha prestato la voce, ed il risultato è brillante.

Potete ascoltare la ballata dal browser qui, oppure scaricare l’MP3 direttamente da questo blog (occhio che sono circa 5 Mb).

La pagina di MySpace di Marco di Francesco è questa: http://www.myspace.com/difra.

Concludo ringraziando i due musicisti, che non conosco, ma soprattutto Erix, che conosco da diversi anni e cui devo sempre una cena per l’aiuto che mi ha dato in almeno due occasioni critiche della mia vita.

Per inciso, nella foto ci sono io, in un (non raro) momento di sconforto davanti ad un monitor ed una tastiera. La foto è di Gigi, allora mio collega.

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Passione per lo sport

Paolo | 02/11/2007 | 23:39

Il 23 Settembre scorso — ne scrivo solo oggi per la cronica mancanza di tempo — si sono svolti nella ridente (?!?) cittadina di Cavenago gli esami di graduazione di primo e secondo dan. La palestra in cui pratico il Karate, quando il lavoro mi lascia un po’ di pace, aveva una rappresentanza di ben nove allievi, sei esaminati per passare dalla cintura marrone (1° kyu) alla cintura nera (1° dan), e ben tre per conquistare il grado di 2° dan. È stato un piacere poter partecipare in qualità di fotografo, per immortalare qualche momento di tensione, prima dell’esame, lo sforzo degli atleti durante la performance ed infine la gioia dopo aver conseguito il diploma.

Studiare il Karate richiede un notevole impegno: se lo si pratica come agonisti, come Gabriele ed Andrea che vedete in fotografia, significa faticare parecchio, rinunciare ai pomeriggi con gli amici, alla PlayStation e magari anche alle ragazze, per trovarsi quasi tutti i giorni in palestra a sudare, per raggiungere un traguardo sfuggente, per vincere una gara, conciliando il tutto con l’impegno scolastico.

Anche per chi, come me, pratica quest’arte come amatore l’impegno è molto perché, anche se ci alleniamo solo due sere la settimana, e non abbiamo certo lo stress delle gare, gli impegni di lavoro ed in famiglia, per molti i figli, sono spesso difficilmente conciliabili con gli orari obbligatoriamente fissi delle lezioni.

Raggiungere quindi il primo traguardo della cintura nera è davvero motivo di soddisfazione ed orgoglio perché significa in qualche modo arrivare alla conclusione della prima parte di un lungo percorso, durato almeno quattro o cinque anni. Per chi raggiunge il secondo dan, ovviamente, la soddisfazione è ancora più intensa.

L’anno prossimo toccherà a me cimentarmi con l’esame di secondo dan, sempre che trovi il tempo di allenarmi decentemente per poter essere ammesso all’esame…

Un ringraziamento “di rito”, ma autenticamente sentito, va ai due istruttori della palestra che hanno portato tutti noi a questi risultati, con la loro competenza tecnica ma anche impostando nel dojo un clima amichevole e proficuo. Grazie Mauro e Roberto! Continuate così, nel solco tracciato da Antonio: il nostro sensei è certamente contento di tutti noi.

Nota importante: trovate sulla mia pagina di Flickr le fotografie dell’esame.

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Una proposta davvero indecente

Paolo | 25/10/2007 | 23:17

Articolo del Times

In questi giorni tutti, sulla rete, parlano della vergognosa proposta di legge che prevederebbe, qualora attuata, la creazione del ROC, registro dell’Autorità delle Comunicazioni, cui chiunque abbia un blog o un sito sarebbe tenuto a registrarsi.

In tutta questa vicenda molto italiana, il fatto a mio parere rilevante è che sul Times è apparso un bell’articolo di Bernhard Warner riportato dal blog di Beppe Grillo. Vi invito a leggere l’articolo originale, visto che nel post di Grillo non è riportato il link. È davvero ben scritto ed equilibrato, un po’ più pacato dello stile a cui Grillo ci ha abituato.

Una passaggio su tutti, davvero brillante:

If the Italian Government seems unable to adapt to the modern world, the explanation is quite simple. Your country would operate like this too if your grandparents were in charge.

Il mio commento sulla vicenda è scontato: se questa bella trovata fosse stata proposta dal centro destra, forse avrei pure potuto capirlo, ma proposta da gente che alle ultime elezioni si è spacciata come il faro delle libertà civili, contrapponendosi allo strapotere di un Berlusconi illiberale, fa veramente riflettere sulla triste condizione in cui versa questo Paese, bello sì, ma anche tanto sfortunato.

Aggiornamento: vi segnalo anche quest’articolo di Manlio Cammarata, che da moltissimi anni si occupa di tutto ciò che riguarda gli aspetti legali legati alla rete Internet: “Editoria: fermare la riforma che non piace a nessuno”. È molto equilibrato ed estremamente interessante.

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